A U G U R I

di un Santo Natale ed un Anno Nuovo di PACE

da noi, e nel mondo intero!

Pace! Pace! Pace!

 

Non è il primo mio augurio di pace in questi anni,ma l’anno 2004 deve essere più che mai un anno di pace per la nostra vita, i nostri cari e per il nostro mondo travagliato.

La pace porta gioia, amici, forza, e quel benessere che ci mette in condizione di avere il necessario per la nostra famiglia e per la nostra vita, ma la pace ci permette anche di aiutare i sfortunati nel mondo, che in tempi di guerra, ma anche in un mondo che ci pare appare “normale”, mancano di tutto.

Per vivere in pace c’è bisogno del nostro sforzo, perché la pace bisogna seminarla ogni giorno con la nostra testimonianza di Cristiani.

La pace non è disgiunta dalla Gloria che dobbiamo a Dio: ce lo cantano tutti gli anni gli Angeli nella Notte di Natale “Gloria a Dio nell’alto dei Cieli e Pace in terra agli uomini di buona volontà” (Lc 2,14). La pace viene raccolta come un frutto che matura da un seme: ma se il cristiano rinuncia a fare il seminatore come potrà pretendere il raccolto?

L’appello alla Pace è sincero solo se è costruito sul nostro quotidiano impegno alla Carità evangelica, cioè sulla Gloria di Dio. Anche Gesù nel Suo discorso di congedo ci ha promesso la pace: "Io vi lascio la pace, vi do la mia pace" (Gv 14,27), ed aggiunge: "perché abbiate pace in me" (Gv 16,33) cioè nel Suo esempio che non è certo stato di risparmio di Sé stesso.

Siamo tutti consapevoli che i tempi sono peggiorati: abbiamo perso la tanto importante sicurezza del nostro lavoro e la prospettiva di un futuro in pace. Ci accorgiamo di essere diventati più poveri, che non abbiamo più tanti amici come anni fa e che il mondo è cambiato in peggio.

Eppure assistiamo a pubblicità sfarzose, vediamo le grandi città innalzare palazzi incredibili, la gente ben vestita ed i negozi pieni di tutti i beni di consumo. Spendiamo miliardi per le nostre vacanze, spesso per cose totalmente inutili, ma nel fondo del nostro cuore insoddisfatto avvertiamo l’amarezza di un colpevole squilibrio.

La guerra preventiva di quest’anno ha demolita la base dei Diritti dell’Uomo stabiliti dalle Nazioni Unite. La lotta contro il terrorismo ha dato mano libera ai dirigenti di questo mondo, di fare giustizia immediata e indiscriminata. 

Nei miei viaggi per ATCA vedo molti aspetti di questa lotta, in modo ancora diverso presso i gruppo indigeni tribali, tanto numerosi in Asia, sui monti e nei mari. Vorrei pregarvi di riflettere su quanto segue: se noi pensiamo di stare peggio degli anni passati, che cosa dovranno dire la gente dei monti, la gente nei mari pericolosi,  i miei grandi amici che da sempre hanno trovato enormi difficoltà per sopravvivere, lottando per la loro vita ogni giorno della loro esistenza?

Ho conosciuto molte di queste difficoltà quando ATCA è nata, quasi trent’anni fa, sui monti di Mindoro nelle Filippine. Trent’anni fa si moriva di fame, di mancanza d’acqua e di medicine, ed i raccolti erano miseri. Trent’anni fa c’era già la guerriglia ed  i ribelli, già da allora ben forniti di armi moderne. I trent#anni passati non hanno portato alla diminuizione del numero di poveri al mondo. Ora in un solo anno quanto è peggiorato in Asia. Il mio lavoro si estende dal Pakistan al Giappone, dall’Indonesia ai Monti del Nepal. Sarebbe già bello occuparsi soltanto dei bambini, darli da mangiare, offrirli un educazione, darli abiti per l’inverno che anche in zone mite e’ comunque freddo da far morire diecine di migliaia di bambini di un semplice raffreddore, mancando abiti e coperte adatte. Ma non basta. Dobbiamo seguire l’andamento dei vari governi, ciò che riguarda l’ambiente di questi paesi, dobbiamo occuparci anche della base dei maggiori problemi di questa gente emarginata e innocente.

Guardando indietro vedo che trent’anni fa, le possibilità di poter vivere in zone remote erano meglio di oggi. Trent’anni fa la foresta vergine tropicale copriva ancora molte zone dell’Asia, e risalendo i monti trovavamo una sorgente d’acqua ogni pochi chilometri. Trent’anni fa avevamo tanta speranza che i governi poco alla volta avrebbero lavorato per migliorare la situazione dei popoli indigeni. Guardando all’Asia d’oggi dobbiamo dire che la fame non è diminuita ma aumentata, che la gran parte delle foreste sono scomparse, che l’acqua si fa sempre più rara, che la terra è stata presa o dallo stato o da altri più forti degli indigeni. Mancano ora le risorse fondamentali per poter vivere, e nella giornata dell’Alimentazione dell’ottobre 2003 le Nazioni Unite hanno dichiarato che oltre 880 milioni di persone soffrono la fame in modo estremo.

Eppure noi dell’ATCA, in Giappone ed in Europa, non abbiamo perso la speranza: osservando e studiando l’andamento complessivo, valutando gli errori del passato, troviamo il modo per poter aiutare meglio in zone remote che rimangono fuori dal contesto dell’economia globale in modo positivo ma soffrono già l’influenza negativa. L’economia aggressiva in Asia li spinge ancora più ai margini.

Sono state moltissime le persone generose che non hanno mai smesso di aiutarci per completare così centinaia di progetti e per assicurare il minimo di vita in tanti villaggi. Molti bambini una volta abbandonati ed ammalati, oggi vivono felici e con molta gratitudine. Quest’anno abbiamo potuto costruire ben sette scuole in zone remote del Nord-Laos, e queste ben grandi, dando la possibilità di un educazione a bambini di almeno 40 villaggi. Programmi continuano per mamme e bambini piccoli, per ragazze giovani e future mamme, per i leader dei villaggi, che tanto vorrebbero sentire di noi sul andamento del mondo e tanto vorrebbero fare per migliorare la vita della loro gente.

Per questi progetti a favore degli indigeni tribali abbiamo formato dei legami con partner in questi trent’anni passati. In ogni regione e località sono partner diversi, missionari cattolici o protestanti, comunità buddiste, capi di consigli di anziani indigeni, a volte musulmani, partner nei rispettivi governi, persone di molte professioni, ma tutte con lo stesso cuore ed intenzione: di voler aiutare i meno fortunati, dando loro una mano in modo che gli svantaggiati possano mettersi in piedi e gestire la loro vita da soli senza aiuti esterni. I popoli indigeni non si aspettano certo di ricevere aiuti esterni: vorrebbero vivere delle loro forze, fare da sé, magari vorrebbero invitare gli ospiti alle loro feste ma senza dover accettare i nostri doni troppo grandi ai quali sanno di non poterli mai ricambiare.

Con molta umiltà ci mettiamo al fianco di questi gruppi etnici, sempre molto gentili ma terribilmente impoveriti. Insieme a loro si costruisce la prima scuola, il primo kindergarten di una zona, insieme si impara come adattarsi ad una migliore agricoltura che renda anche con poca terra e con poca acqua. Insieme facciamo rivivere le vecchie culture che sono state derise in questi decenni passati. E dove la terra non da’ abbastanza per vivere, aggiungiamo un pasto per i bambini in ogni giorno della carestia, insieme cantiamo e ascoltiamo le loro storie antiche.

In questi anni passati ho spesso sentito la loro domanda: chi sono le persone che ci aiutano? Perché ci aiutano? Perché le piacciono i nostri canti, le nostre danze, i nostri vestiti tanto poveri? Perché? Perché fate tanti sacrifici per arrivare da noi? Lo chiedono sempre con occhi pieni di meraviglia!

A loro non parlo dell’ingiustizia di cui sono oggetto, ma parlo di amore, di amicizia che proviamo per loro. I nostri benefattori in più di un decennio lo hanno dimostrato: abbiamo seminato la pace e la gioia in dieci paesi dell’Asia e per molti anni. Molti amici giapponesi ed europei sono stati con me sui posti dei progetti, ma la maggioranza mi ha seguito col pensiero, con il loro dono ripetuto, e con la loro grande fiducia e convinzione che riusciamo a fare del bene.

Oggi è il giorno del ringraziamento. Siamo felici di aver concluso un anno in salute e con molte soddisfazioni. Ora incominciamo un anno che speriamo migliore, quello del 2003.

Nella speranza di un nuovo anno in Grazia di Dio ed in buona salute, Vi accompagnerà la mia preghiera, insieme con la gratitudine e la gioia straripante della gente tribale che riceve i vostri doni. Siamo convinti che il Bene produce altro Bene e che chi dà non sarà triste, perché ogni dono ricade su chi lo dà. Sono la prima a confermare questo fatto.

Natale per i Cristiani è la festa di quel Bimbo nato povero, che ha sempre proclamato la Pace, e che ci ha consigliato: “Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12,33-34).

Lavoriamo quindi insieme per la pace e per questi piccoli Gesù di oggi, nati poveri!

A U G U R I

Margareta Weisser

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